Fotografia, video, scultura, pittura e performance: le opere portano in mostra la pluralità dei linguaggi artistici contemporanei. 

Partendo dal contesto culturale odierno di iperproduzione di oggetti e immagini, Parsec propone una narrazione in cui a parlare sono le relazioni spontanee che nascono tra le opere, l’ambiente e il pubblico. Citando il progetto The Universal Addressability of Dumb Things dell’artista inglese Mark Leckey, l’allestimento di entrambi i progetti espositivi intende suggerire l’esistenza di una rete di oggetti interconnessi grazie alla quale si possa osservare la realtà superando la centralità del linguaggio e, dunque, dell’essere umano. 

Le artiste e gli artisti in mostra rompono la relazione tra soggetto e oggetto e, di conseguenza, la connessione tra chi osserva e l’opera d’arte, immergendosi profondamente nel mondo. “Il rifiuto a priori di qualsiasi centralità è la grande lotta del nostro tempo” afferma il critico d’arte e curatore Nicolas Bourriaud, notando come, nonostante l’intento di criticare l’antropocentrismo, nella formulazione del pensiero critico contemporaneo l’essere umano continui a mantenere una centralità, non riuscendo effettivamente a staccarsi dal concetto stesso di centro e quindi dal radicato umanesimo occidentale. 

it rains, it snows, it paints rimanda ad un’affermazione dell’artista Daniel Buren, che con questa frase sembra compiere, nella definizione dell’opera d’arte, la stessa operazione che gli strutturalisti hanno svolto nella definizione del linguaggio. L’accostamento ai due verbi impersonali che in inglese si usano per indicare le precipitazioni vuole indicare che, così come avviene per gli agenti atmosferici, è l’opera stessa che si manifesta al mondo in un processo in cui “la realtà è al centro e l’essere umano è solo uno degli elementi tra molti altri nella rete che essa costituisce” (Q. Meillassoux). 

La mostra vuole invitare ad assumere una modalità relazionale con le opere che elimini la mediazione del linguaggio analitico: considerare le opere d’arte come oggetti che generano pensiero, anziché contenerlo, come forme aperte anziché definite. Le opere in mostra, nel loro insieme, ci suggeriscono di avvicinarci adottando una prospettiva orientata agli oggetti: divengono parti di un sistema – che coinvolge anche lə spettatorə – le cui relazioni possono costantemente variare e generare costantemente nuovi significati. In questa prospettiva sono gli artisti e le artiste in prima persona a porsi dal principio come osservatori e osservatrici. ll progetto curatoriale di Parsec vuole perciò sottolineare il legame empatico che si va a costituire tra artistə, opere e chi osserva e agisce dunque su un piano linguistico non convenzionale, in favore di una modalità di pensiero “orizzontalizzante” che non presuppone nessun centro.