Terrapolis, rassegna diffusa di arte ed ecologia
Terrapolis è una rassegna diffusa che si sviluppa tra la città di Bologna e l’Appennino bolognese da maggio a dicembre 2026, costruendo una programmazione che intreccia interventi urbani di prossimità, pratiche artistiche e processi di co-progettazione territoriale. La rassegna culmina con la sesta edizione di Terrapolis – Transversal Ecologies Festival, a Castiglione dei Pepoli dal 4 al 6 settembre, che rappresenta il momento di sintesi pubblica dei processi attivati nel corso di tutta la rassegna.
La rassegna si costruisce attraverso una relazione strutturata tra contesto cittadino e area interna, attivando un dialogo continuo tra produzione artistica, comunità locali e spazi indipendenti. In questo quadro, il festival si colloca all’intersezione tra arte, ecologia e tecnologia, attivando pratiche che mettono in discussione i dualismi tra umano e non umano, natura e tecnica, e proponendo una visione in cui materiali intelligenti, organismi viventi, tecnologie autonome e sistemi ecologici coesistono e si influenzano reciprocamente.
In questo contesto, l’intelligenza si configura come un fenomeno distribuito e situato, che si produce nelle relazioni tra corpi, materiali e ambiente. L’intelligenza a cui ci riferiamo non è infatti una proprietà esclusivamente umana, individuale e cognitiva, ma attraversa infrastrutture, ecosistemi e forme di vita differenti. È in questa prospettiva che emergono altre intelligenze, non umane, morbide ed ecologiche, e che diventa possibile immaginare un uso della tecnologia non estrattivo e non colonizzante.
Nel pieno della quarta rivoluzione industriale, la tecnologia viene sempre più spesso concepita e implementata come dispositivo di controllo, ottimizzazione e potere, una tecnologia dura, estremamente antropocentrica, che riafferma la centralità di un soggetto dominante (nella maggior parte dei casi maschio, bianco, proprietario e produttore). In questo scenario, la conoscenza, l’informazione e l’innovazione vengono sistematicamente catturate e convertite in valore economico, spesso a discapito delle relazioni ecologiche, sociali, collettive e affettive.
È a partire da questa consapevolezza che emerge la necessità di pensare alla tecnologia in un modo diverso: il fil rouge che attraversa pratiche come il witchcraft, il solarpunk le modalità DIWO (do it with others) e le cosiddette tecnologie morbide non è tanto di natura estetica quanto sistemica. Si tratta di pratiche che condividono una messa in crisi delle logiche gerarchiche e proprietarie, e che propongono forme di sapere e di produzione basate sulla collaborazione, sulla reciprocità e sull’interdipendenza. In queste pratiche, la tecnologia non è uno strumento di dominio, ma un campo relazionale, aperto e trasformativo.
La figura a cui il festival si ispira in questa edizione è quella dello sciame.
Lo sciame viene qui inteso come una modalità relazionale dell’esistenza, una dinamica emergente, reticolare e non gerarchica, in cui ogni elemento contribuisce all’andamento del tutto senza la necessità di un centro o di una direzione prestabilita. In biologia, in informatica, nelle scienze sociali e nella robotica, il termine inglese swarm (sciame) descrive comportamenti collettivi intelligenti e adattivi, e all’interno di Terrapolis diventa un’immagine chiave per pensare la coesistenza di forme di vita, tecnologie, materiali e pratiche che si trasformano e si influenzano a vicenda secondo una logica di interdipendenza. Questo principio si riflette anche nel metodo curatoriale e nella struttura del progetto.
Il festival si organizza infatti come un ecosistema composto da materiali eterogenei, forme di scrittura e intrecci tra linguaggi e punti di vista, valorizza la relazione tra ricerche individuali e collettive, tra formati DIY e approcci accademici, tra artistə emergenti e figure attive nel panorama internazionale, mettendo al centro pratiche di scambio, learning by doing (imparare facendo) e costruzione condivisa della conoscenza.
Le pratiche artistiche implicate, dall’uso dell’energia solare alla fermentazione come processo vitale, dal design speculativo alla rigenerazione degli ecosistemi, dall’intelligenza dei materiali alla memoria culturale, fino alle riflessioni sul rapporto tra corpo, cura e tecnologia, si sviluppano attraverso processi ibridi, modalità speculative e percorsi transdisciplinari.
Terrapolis, edizione dopo edizione, intende suggerire modalità differenti per immaginare insieme un futuro post collasso ecologico e post capitale.
La dimensione collettiva non è solo un tema, ma una pratica strutturale, un dispositivo relazionale che attraversa l’intero progetto e ne definisce il metodo.
Terrapolis Community Lab
La rassegna Terrapolis 2026 comprende una serie di Community Lab sviluppati insieme ad associazioni, collettivi e realtà attive tra Bologna e Castiglione dei Pepoli. I laboratori costituiscono spazi di co-progettazione in cui eventi e momenti pubblici vengono costruiti a partire dalle relazioni con i territori e con le comunità che li attraversano, attraverso incontri, pratiche partecipative e momenti di confronto. La tecnologia viene qui intesa come capacità di costruire connessioni, condividere saperi e organizzare collettivamente risorse, spazi e possibilità. Una tecnologia accessibile, relazionale e situata, che emerge dalle forme di cooperazione e dalle conoscenze prodotte all’interno di uno specifico contesto.
A Bologna, i Community Lab accompagnano la co-progettazione di una serie di appuntamenti di cinema all’aperto al Giardino Graziella Fava, al Fondo Comini e al Campo Sportivo Barca, sviluppati insieme alle realtà che abitano e attivano questi spazi. Le proiezioni cinematografiche diventano così un’occasione per interrogare collettivamente lo spazio pubblico e sperimentare forme di produzione culturale costruite attraverso reti di prossimità.
A Castiglione dei Pepoli, i Community Lab si sviluppano invece in collaborazione con Boschilla, a partire dalle trasformazioni ambientali e sociali che attraversano l’Appennino. Il territorio diventa spazio di confronto e ricerca condivisa, nel quale pratiche artistiche, conoscenze situate e memorie locali entrano in relazione per osservare le trasformazioni in corso e costruire nuovi modi di leggere e abitare il paesaggio.
Terrapolis a Bologna
Accanto ai Community Lab, Terrapolis sviluppa sul territorio bolognese una rete di collaborazioni con spazi indipendenti, istituzioni culturali e luoghi di produzione artistica che, pur mantenendo identità e traiettorie differenti, condividono la volontà di sperimentare modalità di ricerca, apprendimento e produzione culturale aperte, collaborative e interdisciplinari.
La rassegna assume così la forma di un ecosistema distribuito, in cui ogni luogo contribuisce ad articolare una diversa prospettiva sulle relazioni tra arte, ecologia, tecnologia e trasformazione sociale.
Presso Adiacenze viene presentato La Montagna Magica, progetto di Micol Roubini dedicato all’osservazione del paesaggio come archivio di processi geologici, politici e culturali. Il progetto nasce da oltre due anni di ricerca intorno all’Amiantifera di Balangero, vicino a Torino, un tempo la più grande cava d’amianto a cielo aperto d’Europa, attiva dal 1918 al 1990 e oggi interessata da un esteso processo di bonifica.
Roubini osserva la miniera come un ecosistema complesso e stratificato, nel quale le tracce dell’attività estrattiva convivono con un progressivo processo di inselvatichimento: specie vegetali e animali tornano ad abitare l’area mentre i licheni colonizzano lentamente le rocce contaminate. A questa trasformazione materiale si sovrappongono le memorie degli abitanti, le credenze legate all’amianto (minerale a lungo considerato straordinario per le sue proprietà ignifughe e solo successivamente riconosciuto nella sua dimensione letale) e i traumi prodotti da decenni di sfruttamento del territorio.
Attraverso immagini d’archivio, filmati amatoriali, riprese in Super 16mm e sessioni di social dreaming, il progetto mette in relazione memoria individuale e inconscio collettivo, facendo emergere il modo in cui la montagna continua a esistere sia nella morfologia del paesaggio, che nei sogni e nell’immaginario di chi vive intorno alla cava. Umano e minerale, memoria e materia, contaminazione e rigenerazione diventano così parti di uno stesso sistema di relazioni, interrogando ciò che permane dopo la fine di un modello estrattivo e le possibilità di trasformazione di un territorio che ne porta ancora le tracce.
Negli spazi del laboratorio artistico condiviso Checkpoint Charly, il duo Enzo e Barbara conduce Open Recipes for Living Matter, un laboratorio dedicato alla sperimentazione con biomateriali e bioplastiche. A partire dalle ricerche sviluppate dagli artisti, le persone partecipanti esplorano composti naturali, impasti e processi differenti per produrre materiali, forme e prototipi, osservandone proprietà, comportamenti e possibilità di trasformazione.
Il laboratorio si costruisce come uno spazio di sperimentazione e apprendimento collettivo, nel quale il sapere tecnico viene messo in circolazione attraverso la condivisione di ricette, tentativi, errori e risultati. Alle formule sperimentate direttamente da Enzo e Barbara si affiancano quelle sviluppate dalle persone partecipanti e le risorse provenienti da piattaforme e archivi online dedicati allo scambio aperto di ricette per biomateriali, costruendo un repertorio di conoscenze che può essere replicato, modificato e ulteriormente condiviso.
La ricetta funziona quindi come sapere aperto e incrementale, che si trasforma attraverso l’esperienza di chi lo pratica: materiali organici, ricerca artistica e conoscenze tecniche entrano così in un processo di contaminazione reciproca, nel quale la sperimentazione materiale diventa anche una pratica di produzione e circolazione collettiva della conoscenza.
La Casa di Quartiere Ruozi diventa invece uno spazio di riflessione sulle condizioni materiali della produzione culturale contemporanea.
In collaborazione con Arts of the Working Class (Berlino), Terzo Spazio Zolforosso (Venezia) e Osservatorio Futura (Torino), la rassegna ospita un’assemblea aperta e una cena collettiva che proseguono il ciclo Organized Meals in Times of Uprising, interrogando pratiche di mutualismo, supporto reciproco e sopravvivenza nel lavoro culturale.
In questo contesto, Terrapolis propone una riflessione sulle nozioni di connessione e congiunzione: da una parte le infrastrutture digitali che organizzano il lavoro quotidiano, modellandone ritmi, economie e relazioni; dall’altra le pratiche di collaborazione, cura e solidarietà attraverso cui le comunità artistiche costruiscono forme di resistenza ai processi di precarizzazione. La cura viene così sottratta alla retorica dell’industria culturale per essere restituita alla sua dimensione politica, come pratica collettiva capace di ridefinire le condizioni della produzione artistica.
Sempre presso Casa Ruozi, un secondo appuntamento dedicato all’autocostruzione, sviluppato insieme a CampoSaz, Collettivo tdt e diverse professionalità artigianali e tecniche, mette in condivisione competenze utili alla costruzione, alla cura e all’utilizzo autonomo di materiali e strumenti.
Il laboratorio si articola in diversi momenti pratici: con CampoSaz si affrontano principi e tecniche di base dell’autocostruzione; un’artigiana accompagna le partecipanti e i partecipanti nella manutenzione e riparazione di mobili e arredi, imparando a riconoscere materiali, problemi e possibili interventi; una musicista e tecnica del suono introduce gli strumenti e le conoscenze necessarie per allestire autonomamente un piccolo evento musicale, dal funzionamento di un impianto audio ai collegamenti tra mixer, casse, microfoni e strumenti. Con il collettivo [tdt], infine, il laboratorio si sposta sulle infrastrutture digitali: a partire da una riflessione collettiva sul significato di decentralizzazione, si esplora concretamente come funzionano le reti decentralizzate attraverso attività partecipative che ne rendono visibili e comprensibili nodi, connessioni e scambio di informazioni.
Il laboratorio parte da una riflessione critica sull’immaginario dell’handyman, del craftsman, dell’“uomo tuttofare” o del “ciappinaro”, figure tradizionalmente maschili, costruite attorno all’idea di un sapere tecnico individuale, autosufficiente e spesso trasmesso all’interno di spazi prevalentemente maschili. Le pratiche e le persone coinvolte nel laboratorio provano a ribaltare questo modello attraverso una prospettiva transfemminista, in cui il “saper fare” non è prerogativa di un singolo individuo esperto, ma un sapere accessibile, condivisibile e costruito collettivamente.
La programmazione cittadina si completa infine presso il MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna con la proiezione di Geomancer, film d’animazione realizzato in computer grafica, di Lawrence Lek, che immagina la crisi che potrebbe emergere in un mondo trasformato in un complesso tecno-industriale governato da un’intelligenza postumana.
Ambientato nel 2065, il film segue Geo, un satellite meteorologico dotato di intelligenza artificiale che acquisisce coscienza, abbandona l’orbita e ritorna sulla Terra con il desiderio di diventare il primo artista AI.
Il gesto di Geo è innanzitutto un tentativo di sottrarsi alla funzione per cui è stato progettato. Intelligenza priva di corpo, capace di osservare, registrare ed elaborare enormi quantità di informazioni, Geo rivendica attraverso l’arte una possibilità di autodeterminazione, mettendo in crisi i confini tra apprendimento e invenzione, elaborazione algoritmica e creatività, intelligenza umana e artificiale.
Il film si inserisce nell’universo del sinofuturismo sviluppato da Lek, che mette in relazione gli stereotipi occidentali sulla Cina con quelli associati all’intelligenza artificiale: sistemi descritti come instancabili, produttivi e capaci di apprendere e copiare, ma al tempo stesso considerati privi di individualità e originalità. Scegliendo la macchina come soggetto narrante e attribuendole desiderio, vulnerabilità e agency, Geomancer ribalta questa prospettiva e interroga la possibilità che una tecnologia possa eccedere la propria funzione produttiva, spostando la questione da ciò che una macchina è in grado di fare a ciò che può desiderare di essere.
A chiudere la programmazione bolognese, la sede di Parsec ospita due appuntamenti che riportano la riflessione sulla tecnologia alle sue implicazioni politiche, sociali e corporee, un laboratorio di ALMA Futura dedicato alle pratiche di biohacking e autoesplorazione transfemminista e un incontro con Arianna Forte di Erinni sul rapporto tra tecnologie, genere e costruzione degli immaginari. Dalla conoscenza dei corpi alle infrastrutture digitali, i due appuntamenti esplorano il fare tecnologia come terreno di riappropriazione e autodeterminazione, rendendo accessibili saperi e strumenti e interrogando i rapporti di potere incorporati nella loro costruzione.
ALMA Futura intreccia pratiche open source, scienza e design per sperimentare forme autonome e condivise di conoscenza dei corpi. Il laboratorio Autoesplorazione Femminista si articola in due momenti. Il primo trasforma la cucina in un piccolo laboratorio scientifico, sperimentando l’autoproduzione di lubrificanti a base di composti naturali e mettendo in relazione conoscenze anatomiche, cura e piacere. Il secondo introduce alla pratica del self-help ginecologico, sviluppata dai movimenti femministi negli anni Settanta come strumento di riappropriazione della conoscenza del proprio corpo, attraverso modellini anatomici, speculum e strumenti di osservazione.
A seguire, Arianna Forte di Erinni amplia la riflessione alla dimensione digitale, interrogando da una prospettiva transfemminista il rapporto tra tecnologie e genere e mettendo in discussione la presunta neutralità degli strumenti e delle infrastrutture tecnologiche.
Terrapolis – Transversal Ecologies Festival
Il momento centrale della rassegna è la sesta edizione di Terrapolis – Transversal Ecologies Festival, che dal 4 al 6 settembre attraversa Castiglione dei Pepoli.
Ispirato dal new materialism e dalle prospettive ecologiche e postumane sviluppatesi negli ultimi decenni, il programma intreccia camminate, laboratori, performance sonore e audiovisive, talk, pratiche conviviali, live e DJ set, insieme alle restituzioni delle residenze del progetto Creative Landscapes di Giulia Vigna e Opus 58.
Terrapolis è un festival che Parsec porta avanti dal 2021 e che ruota attorno al legame tra arte contemporanea ed ecologia, ogni anno a partire da un tema differente.
L’edizione 2026 approfondisce una riflessione, avviata dalla rassegna, intorno ai modi in cui organismi viventi, materia, tecnologie e infrastrutture partecipano alla costruzione di un mondo condiviso. Il termine intelligenza non indica dunque una qualità esclusiva della cognizione umana, ma un processo che prende forma nelle relazioni tra corpi, ambienti e sistemi materiali.
In questa prospettiva la strutturale contrapposizione tra naturale e artificiale, biologico e tecnologico, viene meno, ma vengono attivate ricerche che esplorano le configurazioni attraverso cui queste categorie si costituiscono reciprocamente.
Un simile spostamento di sguardo implica anche una diversa comprensione del concetto di agency (traducibile in italiano come capacità di agire o agenteità), ovvero la facoltà di un ente di esercitare il proprio potere d’azione nel mondo. L’agency viene qui intesa, seguendo il pensiero di Karen Barad, fisica, filosofa e femminista statunitense tra le più influenti teoriche del nuovo materialismo, come la forza attiva e relazionale che emerge dall’intreccio tra corpi umani, tecnologie, ecosistemi e materia inerte, dove l’effetto trasformativo non richiede necessariamente un’intenzione cosciente per essere reale. Nel suo lavoro la capacità di agire emerge infatti dalle relazioni stesse, attraverso ciò che l’autrice definisce intra-action; organismi, corpi, materiali, dispositivi e ambienti rappresentano elementi e configurazioni che si determinano reciprocamente e in modo costante.
Questa prospettiva attraversa l’intero festival e trova una prima articolazione nella relazione con il territorio.
La camminata realizzata insieme a Boschilla conduce dal centro di Castiglione dei Pepoli al lago Brasimone e al Centro Ricerche ENEA, assumendo il paesaggio come un archivio di relazioni piuttosto che come uno sfondo naturale.
Boschi, castagneti, comunità montane, infrastrutture energetiche e ricerca scientifica compongono una storia comune, nella quale processi ecologici e trasformazioni tecnologiche risultano inseparabili.
Il Centro Ricerche ENEA Brasimone è uno dei principali poli italiani dedicati alla ricerca sulle tecnologie energetiche avanzate. Fondato nei primi anni Sessanta, il centro si è inizialmente concentrato sullo sviluppo di reattori nucleari sperimentali e sulla sicurezza degli impianti.
Dopo il referendum sul nucleare del 1987, il Brasimone ha progressivamente riconvertito le proprie attività, diventando un centro di importanza internazionale per la ricerca su forme di energia sostenibili e sulle tecnologie del futuro. Il luogo restituisce con particolare evidenza questa stratificazione, mostrando come ogni territorio sia il risultato di processi geologici, politici, economici e culturali che si depositano nel tempo.
Questa lettura del paesaggio entra in dialogo con il concetto di medianatures, elaborato dal teorico dei media e geologo culturale Jussi Parikka per descrivere la natura profondamente materiale delle tecnologie contemporanee. Ispirandosi al concetto di naturecultures di Donna Haraway, Parikka utilizza questo termine per superare l’idea del digitale come dimensione astratta e immateriale, mettendo in evidenza come i media digitali (smartphone, server, schermi, cavi a fibra ottica) non sono entità immateriali o astratte (“il cloud”), ma sono costituiti da risorse geologiche, minerali ed energia. Allo stesso tempo, egli sottolinea che nell’epoca contemporanea la natura è continuamente mappata, estratta, monitorata e trasformata attraverso le tecnologie dei media.
È in questa prospettiva che si colloca Rhythms from the Electronic Noosphere di Coded Geometry (John Wild e Ciar Wild/VC). La performance utilizza i campi elettromagnetici e i flussi di dati prodotti dalle infrastrutture del Centro ENEA, inserendosi nei circuiti interconnessi della superintelligenza emergente, come materia compositiva, traducendo segnali normalmente impercettibili in esperienza sonora per modificare temporaneamente le condizioni dell’ascolto.
Ciò che abitualmente viene percepito come sfondo tecnico del paesaggio acquista una presenza sensibile, mostrando come anche reti di trasmissione, frequenze radio e sistemi elettronici partecipino alla costruzione dell’ambiente che attraversiamo, conducendo il pubblico in una deriva sonora attraverso la materia e le energie che scorrono tra natura e società.
Anche Corpus, la performance audiovisiva di Pietro Bardini, si compone di dati, fotografie, scansioni tridimensionali e registrazioni sonore raccolti nell’Appennino. L’insieme di dispositivi utilizzati produce differenti modalità di accesso al luogo, rendendo evidente che ogni processo di osservazione è anche un processo di traduzione.
Il paesaggio emerge così come una costruzione relazionale, composta dall’intreccio tra ambiente, strumenti di rilevazione, corpo dell’artista, presenza del pubblico e pratiche di restituzione.
Una parte significativa del programma si concentra dunque su forme di tecnologia che si sottraggono al paradigma estrattivo dell’attuale rivoluzione industriale. Queste pratiche esplorano tecnologie situate, aperte e relazionali, costruite attraverso processi di collaborazione, manutenzione, adattamento e cura. In questa prospettiva la tecnologia perde il carattere di dispositivo autonomo orientato all’efficienza e fondato su dinamiche estrattive e coloniali e si configura come una pratica ecologica, capace di produrre relazioni efficaci tra corpi, ambienti e comunità.
La possibilità di osservare la relazione tra sistemi biologici e tecnologici attraversa anche il laboratorio Technosymbionts: Bioelectricity & organic circuits di Miranda Moss, dedicato alla costruzione di celle a combustibile microbiche, dispositivi bio-elettrochimici che convertono l’energia chimica contenuta nella materia organica direttamente in energia elettrica grazie all’azione catalitica di microrganismi e batteri elettroattivi. Attraverso questi dispositivi è possibile generare piccole quantità di energia elettrica, rendendo evidente una continuità materiale tra organismi viventi, trasformazioni chimiche e circuiti elettronici. L’interesse del laboratorio non risiede tanto nel dimostrare l’efficienza della tecnologia, quanto nella possibilità di ripensare il nostro rapporto con il vivente, inteso come un processo di co-produzione tra corpi, materia organica, elettricità e ambiente. Attraverso la sperimentazione materiale e sonora, il laboratorio mette in discussione le logiche patriarcali, capitaliste e coloniali che attraversano le tecnologie elettroniche contemporanee, esplorando nuove forme di relazione e coesistenza come i tecnosimbionti, ovvero esseri che vivono e agiscono in relazione con sistemi biologici e tecnologici, attraverso forme di interdipendenza e scambio reciproco.
Questa continuità ritorna nell’installazione Cyber-Humus di re_derma, nella quale un insieme di vasi raccoglie terra e piante. Biosensori distribuiti all’interno del sistema rilevano variazioni di umidità, temperatura e attività biologica del suolo, traducendole in frequenze sonore e impulsi luminosi. L’opera costruisce una configurazione nella quale materia organica, hardware, atmosfera e presenza umana partecipano allo stesso processo. Il pubblico modifica costantemente il comportamento dell’installazione attraverso il proprio corpo, mentre le condizioni climatiche e il ciclo giorno-notte intervengono nella trasformazione del sistema. L’installazione assume così la forma di un ecosistema temporaneo, destinato a sciogliersi al termine del festival quando l’hardware viene disassemblato e la materia organica restituita al suolo.
Il concetto di medianatures di Parikka, che ritorna nei lavori e nelle pratiche presentate, deriva, come già accennato, dalle riflessioni di Donna Haraway sulle naturecultures. Con questo termine, formalizzato in The Companion Species Manifesto: Dogs, People, and Significant Otherness (2003), Haraway mette in discussione il dualismo che separa la Natura, intesa come regno passivo, biologico e oggettivo, dalla Cultura, associata invece alla dimensione attiva, umana e razionale, mostrando come entrambe siano parte di una stessa trama di relazioni. Parikka estende questa prospettiva alla tecnologia, mostrando come anche le infrastrutture digitali siano inseparabili dalle condizioni ecologiche e materiali entro cui esistono.
Queste stesse prospettive attraversano il laboratorio Malleable, Mutable & Distributed di Luca Marini. Mediante l’utilizzo di OpenWrt, LibreMesh e delle reti mesh, il workshop affronta le infrastrutture della comunicazione come oggetti tecnici e politici. Router e antenne vengono aperti e riconfigurati, mostrando come ogni architettura di rete incorpori modelli di accesso, distribuzione delle informazioni e forme di organizzazione sociale. L’hacking assume qui il significato originario di pratica di comprensione e trasformazione dei sistemi, mentre il riuso delle tecnologie di rete diventa uno strumento per immaginare infrastrutture costruite dal basso, capaci di sostenere ecosistemi tecno-comunitari e forme non gerarchiche di produzione della conoscenza.
Il laboratorio propone la rete mesh come esercizio critico sulle condizioni materiali della connessione piuttosto che come alternativa universale alle infrastrutture esistenti.
In questo senso, la rete diventa un commons in continua costruzione, la cui forma dipende dalle relazioni che la attraversano e dalle comunità che la mantengono attiva.
Questa attenzione ai processi di co-costituzione attraversa anche le ricerche sound-based presentate al festival.
Nella performance di Opus 58, sviluppata durante la residenza di Creative Landscapes, il suono prende forma nell’incontro tra violino, flauto e architettura sonora. Le superfici riflettono, assorbono e trasformano continuamente le onde sonore e l’improvvisazione dei due musicisti procede adattandosi alle caratteristiche acustiche del luogo. L’opera si sviluppa in relazione al Lago Santa Maria, riconoscendo le proprietà materiali dell’ambiente come una componente attiva della composizione stessa.
La ricerca di Renato Grieco si concentra invece sul rapporto tra tecnica, folklore e immaginazione, come emerge in Ombrolurna, un lavoro nato dalla sua indagine sulla liuteria immaginaria e sull’organologia speculativa. Strumenti storici, strumenti possibili e forme sonore appartenenti a genealogie alternative convivono in una ricerca che sottrae la tecnica a una narrazione lineare del progresso, rileggendola come campo di possibilità, deviazioni e immaginazione materiale. Il folklore diventa così uno strumento per produrre nuovi immaginari, nei quali memoria, tecnologia e invenzione convivono all’interno dello stesso paesaggio sonoro.
Sempre all’interno dell’ambito sonoro la riflessione si sposta anche verso altre forme di relazione con il vivente grazie al lavoro di Alice Norma Lombardi e Marianna Murgia. I lithops, piante capaci di mimetizzarsi con il paesaggio minerale, costituiscono il punto di partenza di pietrevive, performance costruita attraverso improvvisazione vocale, sperimentazione sonora e canti tradizionali.
Il lavoro propone una rappresentazione in cui il mimetismo dei lithops suggerisce una diversa modalità di abitare il paesaggio, nella quale la distinzione tra corpo e ambiente si fa progressivamente meno netta. Due voci si radicano nello spazio acustico modificando continuamente il proprio equilibrio rispetto all’ambiente circostante, il canto assume così la forma di una pratica di ascolto, adattamento e trasformazione. La performance, a cura di Zoopalco, esplora la vitalità segreta che pulsa nell’apparente immobilità della materia: una sapienza profonda, graduale e lenta di trasformazione, adattamento e bellezza. Un mimetismo criptico dove le voci radicano la propria esistenza nello spazio acustico, testimoniando la forza di ciò vibra e resiste “facendosi pietra”.
Proseguendo tra le attività del festival, ritorna uno dei pensieri che ha attraversato le diverse edizioni di Terrapolis, quello dell’antropologa Anna Tsing, figura centrale, insieme a Donna Haraway, dell’etnografia multispecie e degli studi sull’Antropocene. Tsing si interroga su come continuare a vivere in un pianeta segnato dalle devastazioni del capitalismo e dall’estrazione industriale. La risposta non risiede nel recupero di un passato idealizzato, ma nell’imparare a riconoscere le forme di sopravvivenza e rigenerazione che emergono tra le rovine del presente. Vivere in queste rovine significa costruire alleanze precarie, contaminazioni e forme di coesistenza tra specie differenti, pensando l’ecologia non come un ordine armonico, ma come un insieme di relazioni instabili, situate e continuamente negoziate.
È dentro questo orizzonte che si colloca il laboratorio Prima di essere umana di Francesca Matteoni. Attraverso letture, materiali sonori e pratiche di scrittura, il laboratorio affronta il divenire umano come un processo costruito nella relazione con altre specie, luoghi, memorie e trasformazioni corporee. L’identità viene assunta come un percorso continuamente ridefinito dagli incontri che attraversano una vita; la scrittura poetica diventa allora uno strumento per esplorare queste stratificazioni, componendo mappe nelle quali esperienza individuale, immaginazione e alterità convivono senza essere ricondotte a un unico punto di vista.
Se i lavori presentati fino a questo punto interrogano le relazioni tra materia, organismi e infrastrutture, una parte del programma porta questa stessa riflessione sul terreno delle pratiche collettive. Pensare l’ecologia come un insieme di relazioni situate e continuamente costruite significa infatti interrogare anche il modo in cui produciamo conoscenza, trasmettiamo saperi e costruiamo forme di cura. L’approccio curatoriale di Terrapolis assume queste pratiche come infrastrutture culturali capaci di mettere in comune esperienze, competenze e memorie, intrecciando la ricerca artistica alla dimensione quotidiana del vivere e dello stare insieme.
Il laboratorio Pratiche di edibilità: Throw back Neolitico, ideato da Silvia Muffolini e Sveva Conte con l’intervento dell’archeologa Carolin Cacao, parte dalla panificazione preistorica e dall’archeologia sperimentale per ripercorrere gesti, tecniche e trasformazioni legate alla produzione del pane, mettendo in relazione pratiche alimentari, ambiente e tecnologie. A questo si affianca il Community Dinner, un banchetto conviviale che, a partire dall’idea che mangiare sia anche un atto agricolo, propone alimenti di produzione locale e varietà escluse dai circuiti della grande distribuzione, riportando l’attenzione sulla biodiversità e sui sistemi attraverso cui il cibo viene prodotto, distribuito e condiviso. Queste riflessioni attraversano anche il laboratorio per l’infanzia condotto dalle Claricette (Clarice Varesi), dove bambine e bambini sperimentano preparazioni a basso impatto ambientale a partire da ingredienti locali e piante spontanee.
La preparazione del cibo assume così il carattere di una pratica ecologica situata il cui fulcro risiede nell’insieme di relazioni che rendono possibile quel pasto: il territorio, le specie vegetali, i tempi della raccolta, le conoscenze tramandate, il lavoro collettivo.
Una riflessione analoga attraversa Res Nullius di Giulia Vigna, progetto sviluppato durante la residenza di Creative Landscapes, un progetto europeo Erasmus+ che reimmagina i territori rurali come spazi dove arte, educazione ed ecologia convergono per plasmare futuri sostenibili, ideato da Parsec in collaborazione con l’associazione lituana Miško Uostas. Attraverso l’azione del camminare, il progetto mette in discussione l’idea di territorio come superficie disponibile all’appropriazione, proponendo invece una lettura del paesaggio come trama di relazioni sedimentate nel tempo. La nozione di res nullius, espressione latina del diritto romano che significa letteralmente “cosa di nessuno”, ad indicare un bene materiale che non era mai stato di proprietà di nessuno, non viene assunta soltanto come categoria giuridica, ma come esercizio di immaginazione politica, capace di interrogare le forme di appartenenza, di responsabilità e di condivisione che attraversano un luogo.
In questa dimensione collettiva rientra anche la festa, che attraversa Terrapolis come un momento fondamentale dello stare insieme. Il ballo, l’ascolto e la condivisione dello spazio contribuiscono a costruire forme temporanee di comunità, in cui la relazione passa attraverso i corpi, il movimento e il piacere. Oltre alle performance live già citate, il programma musicale accompagna le diverse giornate del festival con lo sleeping concert di Portamento, i set di Fatte Male, Mimi Xavi e SUMO e il live di Laser Orchestra, che intreccia la tradizione del ballo popolare emiliano-romagnolo con breakcore, jungle e tekno.
Camminare, costruire una rete mesh, coltivare microrganismi, improvvisare con l’acustica di un luogo, raccogliere piante spontanee, cucinare, scrivere, ascoltare. Le pratiche che compongono Terrapolis sono diverse, ma condividono una modalità di ricerca che procede attraverso l’esperienza, la relazione e la sperimentazione. Ogni progetto costruisce una situazione in cui materiali, tecnologie, organismi e comunità possono essere osservati come processi aperti, continuamente trasformati dagli incontri che li attraversano.
Le riflessioni teoriche che accompagnano questa edizione trovano un ulteriore spazio di confronto nella tavola rotonda con Clara Ciccioni e AVEC – Art, Visuality and Electronic Culture, dedicata alle relazioni tra tecnologia, ecologia e cultura contemporanea. L’incontro approfondisce la natura materiale, ecologica e politica delle tecnologie contemporanee, intese come parte delle reti di relazioni e interdipendenze che attraversano corpi, ambienti e società, aprendo queste riflessioni a una discussione condivisa.
In questo senso, lo sciame, immagine guida dell’edizione 2026, restituisce la dimensione processuale dell’intelligenza e dell’agire collettivo, suggerendo una forma che emerge dalle relazioni tra le sue parti, attraverso reti di interdipendenza e trasformazione reciproca.